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Pubblicità e ambiente: a chi la vogliono dare a bere?

Pubblicato da Marco Pagani alle 08:27 in Economia e ambiente


Psacenere.jpgQuanto si tratta di parlare di questioni ambientali, sembra proprio che i pubblicitari diano il peggio di sè.

Qualche tempo fa la nostra azienda elettrica pubblicizzava un contratto energetico in cui si veniva forniti solo da energie rinnovabili, come se la rete non fosse una sola, per cui tutte le energie si mescolano; per pubblicizzarlo hanno avuto la luminosa idea di mettere una pianta dentro il bulbo di una lampadina a incandescenza, che come ben si sa è l'esempio per eccellenza dello spreco energetico.

La scorsa settimana, un' azienda di vestiti ha lanciato la sua linea global warming ready; modelli e modelle erano ritratti presso il monte Rushmore diventato lo scoglio di un lago o la grande muraglia protetta di sabbia. Nelle foto, Londra era diventata una piccola isola, in compenso, Venezia era invasa dai pappagalli, ma l'acqua non era salita nemmeno di un centimetro (potenza del Mosè?).

Ieri infine ho visto che una delle case costruttrici di Formula 1 ha presentato un auto senza i bollini degli sponsor, ma con il pianeta dipinto sulla carrozzeria, in nome dell'impegno ambientale del costruttore. Qualcuno dovrebbe però spiegarmi cosa c'è di ecologico nella F1... 

Quali saranno le prossime trovate?

Una centrale nucleare con su dipinte le margherite?

Un bombardiere con l'immagine di John Lennon? 

Bangladesh  Andrewbiraj.jpgIl Boston Globe di due giorni fa sottolineava come in Bangladesh stia crescendo la preoccupazione per l'aumento del livello del mare.

In un post di due settimane fa, ho pubblicato una cartina dell'università dell'Arizona in cui si vedevano gli effetti devastanti di un eventuale scioglimento del ghiaccio groenlandese, con aumento del livello dei mari di circa sei-sette metri; in tale caso circa la metà del Bangladesh si troverebbe sotto ai flutti.

Senza evocare scenari così apocalittici, il Globe fa tuttavia notare che

  • un aumento del livello dei mari di soli 30 centimetri (che potrebbe avvenire entro il 2040) causerebbe un allagamento che lascerebbe senza casa circa il 12% della popolazione bengalese; nel 2040 potrebbero essere oltre 25 milioni di persone.
  • già oggi, l'aumento del livello del mare sta salinizzando i corsi d'acqua e la falda di acqua potabile e sta lentamente avvelenando le maestose foreste di mangrovie che formano una barriera naturale verso il mare.

Per anni, il governo bengalese ha ignorato questo rischio, ma ora che gli effetti del riscaldamento globale iniziano a farsi sentire, sta iniziando seriamente a preoccuparsi.

Oltre a cercare di ridurre le emissioni di CO2, francamente non so cosa si possa fare per evitare l'inondazione del Bangladesh  (altro che Mosè di Venezia...);  mi viene in mente la triste battuta di Jean Ziegler : «Non sapendo come aiutarli, le Nazioni Unite hanno inventato per loro il nome di "profughi ambientali".»

 

 

inconvenient truth.jpgAn Inconvenient truth , il film-documentario di Al Gore sui gravi problemi del riscaldamento globale ha ricevuto due oscar,

Per la prima volta le questioni ambientali si fanno strada nel mondo di Hollywood. Ne abbiamo parlato in questo post al tempo dell'uscita negli USA e in questo in occasione dell'annuncio dell'edizione italiana.

«Penso che la nomination all'Oscar sia una gran cosa perchè concentrerà maggiormente l'attenzione sul messaggio del film » ha dichiarato ieri Al Gore al giornale Tennessean, «Penso che siamo all'inizio di uno spostamento dell'opinione pubblica verso un maggiore riconoscimento della crisi climatica e della sua terribile serietà. E' un problema morale e per molti aspetti anche spirituale , perchè coinvolge la nostra responsabilità verso  i nostri figli, i nostri nipoti e tutti coloro che verranno.»

Gore, sensibile e impegnato nelle problematiche ambientali fin dagli anni '60 quando frequentava Harvard, ha contribuito alla realizzazione della Conferenza di Rio del 1992 e dei negoziati per il protocollo di Kyoto del 1997.

«Abbiamo tempo per risolvere il problema, ma non molto. Gli scienziati più stimati in questo campo affermano che abbiamo meno di dieci anni di tempo per effettuare scelte coraggiose a livello mondiale. E' un tempo sufficiente. Ce la faremo. Perà sarà una corsa.»


 

 

cinto2 tbilisi.jpgOggi, 25 febbraio, per la prima volta in Italia dal lontano 1973, il nord Italia sarà senza auto. La circolazione è vietata in cinque regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Trentino Alto Adige); diversi comuni di altre regioni hanno aderito all'iniziativa.

Dodici ore senza automobile? Riusciremo a resistere? Qualcuno sarà colto da crisi di panico?

Certo che questo creerà diversi inconvenienti:

  • il PIL aumenterà un po' di meno;
  • sarà più difficile raggiungere i centri commerciali;
  • sarà praticamente impossibile arrivare agli outlet fuori città;
  • sarà più difficile andare allo stadio;
  • saremo costretti ad andare a vedere qualche museo o galleria d'arte;
  • si dovrà prendere il treno per andare in campagna o al lago.

Oppure si dovrà uscire di casa in bicicletta o a piedi. Andare a piedi in chiesa, se religiosi. Se non religiosi, andare a piedi al parco o all'edicola. Muovendosi più lentamente potrebbe capitare di incontrare qualcuno che si conosce e che magari non si vede da lungo tempo.

Potrebbe capitare di fermarsi a chiacchierare. Non preoccupatevi; è normale; non è nocivo.

Potrebbe capitare di sentire qualche rumore strano: è normale, sono gli uccelli, oppure le campane, oppure è il vento.

Potrebbe capitare di vedere gli alberi con le prime gemme: è normale, si chiama inizio di primavera

sustainable jbtmission.jpgNon sono io a dirlo, ma Timothy Garton Ash, autorevole commentatore economico politico del Guardian inglese. Così ha scritto su Repubblica del 23 febbraio:

«Questo pianeta non può sostentare sei miliardi e mezzo di persone e far sì che vivano come vivono oggi i consumatori della middle class del suo ricco nord. Nel volgere di soli pochi decenni potremmo avere esaurito i combustibili fossili che hanno impiegato 400 milioni di anni per accumularsi, e in conseguenza di ciò per di più avremo alterato il clima terrestre.

Sostenibilità sarà anche una parola grigia e noiosa, ma è pur sempre l'unica grande sfida odierna al capitalimo globale. Per quanto ingegnosi possano essere i moderni capitalisti nell'individuare tecnologie alternative ... questo significherà che i più ricchi consumatori si dovranno adattare a sempre meno, invece che a sempre più.[...]

E' proprio questa logica di fondo di desideri che si espandono a dismisura ad essere insostenibile su scalal globale. Siamo davvero pronti a farne a meno? Siamo effettivamente disposti ad accontentarci di meno affinchè altri abbiano di più? Posso dire di esserlo? E voi, lo siete?» 

Concordo in linea di massima con quanto scrive Ash, ma mi chiedo: perchè la sostenibilità dovrebbe essere noiosa, mentreil divertimento e la felicità dovrebbero consistere nel circondarsi di giocattoli e cazzabubbole inutili?

Non è praticabile una strada  in cui avere di meno ed essere di più? Non potremmo e non dovremmo tutti rileggerci Avere o essere? di Erich Fromm, una delle analisi più profonde e più lucide della nostra civiltà occidentale?

Io penso che la sostenibilità possa essere gioiosa, colorata, multiforme e piena di vita, assai più delle feste organizzate da Mc Donald's... Qualcuno forse la può anche considerare grigia, ma sappia che è davvero l'unica vera alternativa all'economia attuale, che più che capitalista andrebbe contraddistinta dall'aggettivo fossile. In tutti i sensi.

 

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