Carne, energia e riscaldamento globale
Pubblicato da Marco Pagani alle 09:20 in Impatto ambientale, prodotti e consumi
Sono davvero tempi grigi per il consumo di carne. Ieri riportavo alcuni brani dell' intervista a Rifkin che faceva giustamente notare che l' allevamento degli animali è la seconda causa del riscaldamento globale.
Ora giunge questo studio giapponese che valuta l'impatto ambientale del consumo di carne in termini di consumi energetici (in gran parte fossili) e di effetto serra. Produrre un kg di carne in Giappone costa la bellezza di 160 MJ di energia e causa l'emissione di 36 kg di CO2 equivalente in atmosfera.
Questi dati sono particolarmente elevati perchè il Giappone importa il mangime dagli USA e alleva i vitelli per un periodo più lungo (19 mesi contro gli 8 circa in Europa).
Vediamo allora cosa succede da noi. Secondo un articolo dell' Università di Manchester, un kg di carne bovina ci costa 44 MJ di energia e almeno 15 kg di CO2 (in alcuni casi le emissioni potrebbero essere più alte).(1)
Dal momento che l'italiano carnivoro medio consuma 105 kg di carne all'anno, questo equivale a 1575 kg di CO2 emessi in un anno, pari al 18% delle emissioni pro capite.
18% della CO2 a causa della carne. E' un dato piuttosto impressionante.
E che dire dell'energia? si è detto che per produrre un kg di carne occorrono 44 MJ di energia; una volta che si trova nel piatto, fornisce energia per circa 4,3 - 5 MJ.
In altre parole, occorrono 10 unità di energia (più che altro fossile) per poterne mangiare una...
Mai come ora è chiaro che cambiare le proprie abitudini alimentari rappresenta un modo semplice per aiutare il nostro pianeta e il nostro futuro.
Vedi anche gli altri post della serie:
- La salute
- Una questione di giustizia
- Riduciamo la nostra impronta
- E gli animali?
- Mangia meno carne, riduci la CO2
- Carne, energia e riscaldamento globale
- Possono esistere ambientalisti carnivori?








1. Akanishi, Mercoledì 1 Agosto 2007 ore 06:27
Quantificare è sempre doveroso, ma prima di farsi impressionare da questi dati, ritengo che vadano confrontati con la quantità di energia e di CO2 necessarie a produrre l'equivalente nutritivo in cibo che non sia carne (pesce, cereali, legumi, latte, uova per esempio), per capire quali sono i margini effettivi di risparmio energetico. Qualcosa dobbiamo pur mangiare...
2. Marco Pagani, Lunedì 27 Agosto 2007 ore 21:48
Grazie per il commento. Aumentando la frazione di vegetali, cereali e legumi nella nostra dieta possiamo fare la nostra parte per ridurre le emissioni di CO2.
Ho iniziato ad analizzare la questione e conto di scrivere qualche post nel mese di settembre. Per il momento segnalo questi post:
Mangiare meno carne: riduciamo la nostra impronta
Mangia meno carne, riduci la CO2
La giornata mondiale dell'acqua (360 litri per una bistecchina)
3. christian m, Venerdì 23 Maggio 2008 ore 16:44
non sono d'accordo con l'articolo, o meglio lo sono in parte e gli stessi dati li si possono replicare per quanto riguarda l'emissione di CO2 di chi mangia vegetariano, che non e' poco stanne certo. Il motivo? semplice, fatevi un giro al supermercato e trovate che quasi la meta' della roba tra frutta e verdura che non dovrebbero mancare in termini di capacita' di produzione del nostro paese vengono importati da qualsiasi parte del mondo, con conseguente produzione di CO2. Non si puo' dare tutta un'erba un fascio, il problema reale al di la di stare a pesare l'impatto che ha un carnivoro e un vegetariano e di fare le scelte consapevoli, quindi innanzitutto scegliere ed esigere prodotti SOLO ITALIANI e scartare o boicottare i prodotti stranieri
4. Marco Pagani, Sabato 24 Maggio 2008 ore 13:35
Condivido la tua preoccupazione per la verdura e la frutta che viene da lontano. Ne ho parlato nelle follie dei trasporti e ne riparlerò ancora. D'altra parte in questo post non ho tenuto conto delle emissioni di CO2 legate ad esempio al trasporto della soia latinoamericana in Italia. Tale soia (in gradissima parte OGM) è usata come mangime per gli animali.
Il vegetariano consapevole, dovrebbe acquistare non solo italiano, ma anche a km zero, cioè da fornitori vicini e possibilmente piccoli e biologici. Hai letto il post sulla cesta di verdura?