Ambienti, scienza e varia umanità

«Già dagli anni sessanta si notava un crescente numero di particelle di plastica [nei mari]. Negli anni novanta i campioni contenevano acrilico, poliestere e altri polimeri sintetici in una concentrazione tre volte superiore a tre decenni prima.
La cosa più preoccupante era che lo strumento di Hardy [un apparecchio a strascico per raccogliere campioni di plancton, che è stato riutilizzato per raccogliere campioni di granelli di plastica sott'acqua, NdB] aveva intrappolato quella plastica sospesa nell'acqua dieci metri sotto la superficie. Dal momento che di solito la plastica galleggia, questo significava che stavano osservando solo una minima parte di ciò che era realmente presente.
Non solo l'ammontare di plastica nell'oceano andava crescendo, ma comparivano pezzi sempre più piccoli, così piccoli da poter cavalcare le correnti marine globali.
La lenta azione delle forze meccaniche - le onde e le maree che trituravano le coste trasformando le scogliere in spiagge - stava producendo il suo effetto anche sulla plastica. Gli oggetti più grossi e più visibili che ballonzolavano sui cavalloni stavano lentamente rimpicciolendosi. Nello stesso tempo non c'era segno che la plastica si biodegradasse, anche se ridotta in frammenti microscopici.
"Immaginammo che si stesse polverizzando, e capimmo che più diventava piccola più i problemi diventavano grandi." [parole di R.Thompson, ricercatore di Plymouth, NdB]»
A. Weisman, Il mondo senza di noi, pp 137-138
Vedi anche Lo spazzolino nell'oceano .