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Post-crescita e decrescita, edonisti e affamati

Martedì 16 Febbraio 2010, 08:58 in Economia e ambiente, Manifesto e commenti generali, Sviluppo "insostenibile" di

green-stats-32-nyt-consumption.jpgNon mi capita quasi mai di leggere i giornali economici, perchè chi parla sempre e solo di soldi mi rende piuttosto nervoso.

Ieri mi è pero capitato tra le mani un curioso articolo apparso su Affari e Finanza, dal titolo insolito: Nella post-crescita gli utenti e le aziende dovranno diventare alleati, a firma del sociologo Giampaolo Fabris.

Credo sia la prima volta che venga usato pubblicamente il termine "post-crescita" (1).

Qualcuno tremerà: esiste qualcosa dopo (o oltre la crescita)? La crescita economica non assorbe in sè tutto ciò che possiamo pensare o affermare sul mondo?

Mi sembra chiaro che parlare di post-crescita, significa affermare che il tempo della crescita è ormai finito. L'idea di crescita economica ha fatto il suo tempo.

Fabris si guardà però bene dal dirlo. Affrontando questo argomento, avrebbe potuto avviare un interessante dialogo con il vivace e variegato mondo della decrescita, ma invece chiude a priori tutte le porte, ironizzando e criticando la decrescita, su cui sostiene esista una facile saggistica (2). Scive Fabris:

Opporre a questa tipologia di crescita la decrescita ... significa proporre strategie che ignorano con fastidiosa supponenza cosa oggi rappresenti il consumo nelle nostre vite, i suoi significati simbolici, identitari, indulgendo nelle demonizzazioni di antico conio.  Significa, ancora una volta, fare di tutt'erba un fascio riscattando solo i valori d'uso del consumo per persistere a legittimare un nuovo anatema sui suoi significati edonistici, espressivi, semiotici, identitari. Significa reintrodurre anacronistici steccati tra bisogni primari e secondari di cui speravamo esserci liberati per sempre.

Latouche direbbe probabilmente che questa prosa rappresenta un perfetto esempio di immaginario colonizzato.

L'orizzonte del signor Fabris si muove solo dentro al consumo; non esiste più la società, non esistono più i cittadini (parole che infatti nell'articolo non compaiono mai), ma solo i consumatori e le aziende.

Mentre alcuni privilegiati si baloccano sul senso edonistico o identitario dei consumi, nel mondo un miliardo di persone soffre la fame ed ha scarso accesso all'acqua potabile.

Per loro la distinzione tra bisogni primari e secondari è piuttosto evidente e niente affatto anacronistica.

Finchè si vive, come Fabris, nella religione del consumo, si resta totalmente impelagati nell'idea della crescita e non si è certo "post". Forse gli edonisti se ne renderanno conto quando resteranno a secco con i loro SUV, avranno finito la Nutella o dovranno staccare la spina dell'idromassaggio...

(1) Sembra tra l'altro che l'illustre prof. Fabris abbia appena scritto un libro sull'argomento.

(2) Mi chiedo se l'esimio prof. Fabris abbia mai letto a fondo l'opera di Serge LatoucheIvan Illich e Cornelius Castoriadis, se abbia mai viaggiato in Africa e conosca qualcosa delle società non occidentali.

7
7 commenti
7
17 Mar 2010
alle 21:08

Antonello Mastantuoni

Mi pare che la questione che pone Fabris non sia semplicemente che cosa far fare alla pubblicità (e ai pubblicitari) nella società della "post-crescita", quanto piuttosto come la pubblicità evolverà in un mondo che, se dovrà inevitabilmente fare a meno della crescita dei consumi, non potrà fare a meno di agenzie di socializzazione di massa.

Perché di strumenti di comunicazione di massa continueremo ad avere bisogno, a meno che non ci si voglia immaginare il mondo che sarà come un ritorno al medioevo, formato da piccole realtà territoriale autosufficienti, privo di strumenti di comunicazione di massa e di prospettive, seppur faticose e incerte, di democrazia globale. 

Il sistema della pubblicità (non il singolo annuncio o spot, ma l’insieme di questi e di tutto ciò che è connesso con l’advertising) è a questo che "serve": a legare (quasi di una re-ligione infatti si tratta) la società in un complesso "discorso amoroso" fatto di memorie e rimandi, di associazioni e luoghi comuni, di trovate brillanti e messaggi-parassita.

In una società di massa anche i messaggi ambientalisti hanno bisogno di essere comunicati con efficacia, e non v'è dubbio che i mezzi e i modi più efficaci sono quelli (anche nuovissimi) della pubblicità. Il paradosso dunque è che anche la decrescita dovrà essere comunicata con mezzi efficaci.

Non c'è dubbio che questo ragionamento rischia di diventare assai scivoloso con la pubblicità che rischia di essere chiamata a svolgere il ruolo della propaganda orwelliana e a instillare negli ormai ex-consumatori idee di sobrietà e continenza per permettere a una ristretta cerchia di privilegiati di continuare a godere dell’abbondanza.

 

6
17 Feb 2010
alle 16:19

Palomar

Penso che per capire la teoria di Hubbert o anche il rapporto del Club di Roma, sia più facile passare attraverso il mondo classico. In fondo il destino dell'umanità assomiglia al mito di Medea (per questo il mio amato Pasolini ne fece un film). Medea, cioè il mondo antico e reale, si innamora perdutamente di Giasone, cioè il mondo borghese e tecnologico (compreso web e pannelli solari): due culture incompatibili tra loro. Giasone non avrebbe potuto compiere la sua missione senza l'aiuto di Medea (la forza-lavoro del sottoproletariato, i contadini, gli artigiani, i popoli sfruttati...). Medea, sentendosi eroticamente attratta da Giasone (dall'ideale irreale di vita piccolo borghese), tradisce le proprie origini legate alla tradizione. Ma le aspettative di Medea saranno tradite, a sua volta, da Giasone che, per motivi razionali e interessi politici, abbandonerà Medea per sposarsi con Glauce, la figlia di Creonte, re di Corinto. Ma Medea si vendicherà uccidendo, oltre a Glauce, i figli generati con Giasone (in Euripide): da notare che le curve sui limiti alla crescita elaborate nel 1972 mostrano come l'umanità prodotta dall'esplosione demografica ottenuta nell'era neocapitalistica (proprio loro, i figli Mermo e Fere) sarà cancellata nei prossimi decenni. Il film di Pasolini si conclude con la separazione definitiva delle due culture, quando Medea griderà a Giasone disperato: «Niente è più possibile ormai». Entrambe le culture pagheranno a caro prezzo gli errori compiuti. http://www.griseldaonline.it/formazione/medea_ricci.htm

5
17 Feb 2010
alle 14:07

vac

Un giorno mi è capitato di parlare di economia con un giovane ed intraprendente banchiere.

Tutti i suoi ragionamenti partivano dal postulato che la crescita dovà riprendere.

E' stato difficile ottenere l'attenzione di uno tanto sicuro di se; ma poi, in mezzora passata tra picchi, EROEI e risorse limitate è crollato tutto il suo castello costruito in tanti anni di università.

P.S. Prendete 1 individuo laureato in economia e chiedetegli cosa ne pensa della teoria di Hubbert.

 

4
17 Feb 2010
alle 14:04

vac

Un giorno mi è capitato di parlare di economia con un giovane ed intraprendente banchiere.

Tutti i suoi ragionamenti partivano dal postulato che la crescita dovà riprendere.

E' stato difficile ottenere l'attenzione di uno tanto sicuro di se; ma poi, in mezzora passata tra picchi, EROEI e risorse limitate è crollato tutto il suo castello costruito in tanti anni di università.

P.S. Prendete 1 individuo laureato in economia e chiedetegli cosa ne pensa della teoria di Hubbert.

 

3
16 Feb 2010
alle 18:51

Giuseppe

Condivido in pieno il commento di Marco Sclarandis che mi sembra molto lucido. Aggiungo, però, che "il paradiso è l'inferno degli altri" cioè siamo prontissimi a cambiare le abitudini.... degli altri!! Alcuni esempi senza entrare in polemiche rissose, dove sono i post contro il turismo (estremamente dannoso all'ambiente), gioielli e profumi solo per dirne alcuni. Ovviamente io non sono interessato al turismo, ecc............................

2
16 Feb 2010
alle 17:26

Palomar

Che non sia, la fine della crescita, un sottoinsieme della fine della Storia? Pasolini, che negli appunti del suo incompiuto "Petrolio" già usava il termine "globalizzazione", aveva coniato una nuova parola per rappresentare l'uscita dell'Uomo dalla Storia e l'inizio della sua nuova preistoria a causa del neocapitalismo e dei consumi esasperati: la Dopostoria. L'idea della fine della Storia era stata avanzata anche dal filosofo Henri Lefebvre a cavallo tra gli anni '60 e '70. In fondo termini come dopo-crescita, post-crescita o decrescita sono figli, magari illegittimi o adottivi, di una visione più ampia che poeti, filosofi e onesti scienziati avevano pre-visto. Queste nuove parole però zoppicano poiché hanno un senso solo all'interno del sistema capitalistico che le ha prodotte: viste da fuori potrebbero tradursi come "post-furto" ai danni dell'umanità derubata e dell'ambiente, sfruttati per far vivere una parte dell'umanità, per un tempo limitato, in un lusso senza precedenti e senza seguito. L'Uomo, coi suoi 40.000 secoli, ha quasi del tutto esaurito una risorsa fossile di 700.000 secoli in meno di 2 secoli e in 1 secolo produrrà scorie da smaltire nei secoli dei secoli. E così, auguriamoci, non sia.

 

* «Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle chiese, dalle pale d'altare, / dai borghi abbandonati sugli Appennini o le Prealpi, / dove sono vissuti i fratelli. / Giro per la Tuscolana come un pazzo, / Per l'Appia come un cane senza padrone. / O guardo i crepuscoli, le mattine / su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, / come i primi atti della Dopostoria, / cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, / dall'orlo estremo di qualche età sepolta. / Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta. / E io, feto adulto, mi aggiro / più moderno di ogni moderno / a cercare fratelli che non sono più». (Pier Paolo Pasolini, 1962)

 

** «Una cosa un po' confusa in me, un'idea irrazionale ancora, non ben definita, non determinata […] È l'idea di una nuova preistoria. E cioè i miei sottoproletari vivono ancora nell'antica preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria. […] Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l'industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita". (Pier Paolo Pasolini, 1963)

*** E ancora: «Ma io, con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita, / come potrò mai più operare, / se so che la nostra storia è finita?» (Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci)

1
16 Feb 2010
alle 12:51

Marco

Se fossimo capaci di smaterializzare i nostri desideri, cosa in parte possibile con i mezzi di comunicazione di massa, forse potremmo trovare un nuovo equilibrio con la natura.In genere, putroppo, i media amplificano ancor più la frustrazione di non poter realizzare quelli che avevamo in mente per nostro conto.

Quanti si rendono conto di quanta terra occorre per alimentare il cambio semestrale di milioni di telefoni cellulari?Ben pochi, visto che ben pochi sanno che dietro a quegli oggetti ci sono miniere di quasi tutti gli elementi chimici rari o scarsi.

Il solo limite che sembrerebbe funzionare è quello del denaro spendibile e siamo pure giunti al paradosso che ora che in occidente le persone dispongono di meno denaro che nel recente passato, proprio ora vengono esortate a consumare almeno come prima quando ne avevano di più. Lo spot della FIAT è esemplare in proposito.

Il consumo portato alle estreme conseguenze, come per tutte le cose porta al delirio.Oggi il delirio consiste nel voler cercare di mantenere l'equilibrio tra desideri crescenti di una crescente popolazione e un mondo fisicamente limitato, basandosi solo sulla tecnoscienza e sulla turboeconomia.La frana di ieri in Calabria mostra con spietata e maestosa evidenza quali incubi abbiamo preparato per anni credendo nell'onnipotenza della nostra condotta.Non oso immaginare il giorno che il Vesuvio decida di eruttare.Bisognerebbe prepararsi psicologicamente ad accogliere centinaia di migliaia di sfollati in poche settimane.

Chissà se il sociologo della post -crescita ha qualche idea in proposito?

Marco Sclarandis.

 

 

 

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