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PINOCCHIO, MIRACOLI FINANZIARI E BARBAGIANNI

Giovedì 3 Marzo 2011, 11:46 in Ecoquote di

Pinocchio ci mette in guardia dai miracoli della finanza; impara a sue spese che i denari non si possono seminare e raccolgiere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche e che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa

Pinocchio zecchini.jpg [Pinocchio e la finanza, seconda parte. In tempi di crisi della finanza e di derivati tossici, la storia dell'albero degli zecchini è una satira splendida e profetica. L'elogio del lavoro è poi quanto mai attuale.]

Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno; e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al Campo dei miracoli.

E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto pensava dentro di sé:

«E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila?... E se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se invece di cinquemila ne trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!... Vorrei avere un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.»

Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul Campo... andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima grattatina di capo.

In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne che aveva addosso. [...]

Pappagallo.jpg «Insomma», gridò Pinocchio, arrabbiandosi, «si può sapere, Pappagallo mal educato, di che cosa ridi?»
«Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.»
«Parli forse di me?»
«Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne porto le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll'ingegno della propria testa.»

Carlo Collodi, Pinocchio, 1883, capitolo XIX

Chi non ha mai letto Pinocchio, non sa che cosa si è perso. Pinocchio non è quello di Walt Disney e nemmeno quello di Benigni. L'unico vero Pinocchio è il romanzo di Carlo Lorenzini, in arte Collodi. La morale contadina del libro, che forse sembrava vecchia e superata fino a qualche anno fa, torna oltremodo attualissima.

Le immagini sono tratte dalla splendida edizione illustrata della Fabbri Editore (splendida almeno per chi da bambino aspettava con trepidazione il giovedì per avere la nuova dispensa del libro...), che per fortuna è ancora possibile acquistare in rete (vedi questo esempio, finchè non scade l'inserzione).

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