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Dalla coltivazione delle cave alla coltivazione della terra

Lunedì 10 Ottobre 2011, 10:15 in Buone notizie dal mondo, Impatto ambientale, grandi progetti di

Moncrivello.JPGSabato ho preso parte al convegno "Il territorio in dote" organizzato a Moncrivello dal movimento Valledora, parlando, come ho già fatto più volte di consumo di territorio e di foodprint.

Il convegno ha preso le mosse dalla necessità di fermare l'ennesima cava di ghiaia in un territorio molto, molto martoriato (leggi il post Il Piemonte ha un lago in più, ma è avvelenato), per abbracciare l'idea fondamentale di tornare a valorizzare l'agricoltura contadina e locale nel territorio del Canavese.

Ho molto apprezzato il livello e la qualità dei progetti e delle esperienze presentate, dal mais rosso di Banchette, al taglio sostenibile del legno in aree protette, al progetto di un distretto biologico nel canavese.

Solo così è possibile cambiare l'Italia, un comune alla volta, un progetto alla volta, un cittadino alla volta, dal momento che i livelli superiori dell'organizzazione sociale sembrano bloccati.

Questa è la strada, ma avremo abbastanza tempo?

 


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3 commenti
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12 Ott 2011
alle 14:46

a Torino, il 18/10 presso l'archivio di stato di piazzetta Mollino, si terrà il convegno organizzato da Italia Nostra dal titolo "La tutela del paesaggio agricolo periurbano", con l'intervento di vari docenti, associazioni ambientaliste, comitati che si oppongono alla cementificazione del territorio, e l'illustrazione di una delibera di iniziativa popolare per tutelare le poche aree urbane ancora  adibite ad uso agricolo presenti nel territorio cittadino

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10 Ott 2011
alle 19:22

Simone Martini

Marco, mi sono iscritto a box.net, ma non riesco comunque a trovare la presentazione di "Foodprint: l'impronta agricola alimentare"... al limite, se ti lasciassi la mia mail riusciresti a inviarmela? mi sarebbe piaciuto darci un'occhiata...

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10 Ott 2011
alle 15:11

medo

Per cambiare l'Italia intera è troppo tardi, ma "riprogrammare" la vita di piccole comunità è ancora largamente possibile. Per quel che riguarda il tempo, o l'energia di cui si ha bisogno per attuare il cambiamento, non ce n'è mai abbastanza per definizione. Mettiamoci che giorno dopo giorno viene a mancare il "raffinabile" per gli impianti italiani... Anche in Angola per ENI si mette male, tra il calo di produzione "naturale" e di guai diversi del paese africano. Ci si mette un altro incidente industriale poche ore fa ad una installazione di vitale importanza a Luanda, di proprietà della Sonangol, l'incendio non è ancora domato.

Quante aziendine, quanti profitti italici di domani dipendono da incidenti in paesi a migliaia di kilometri di distanza? Ci conveniva, nonostante tutto, dipendere dall'altrove, quando il petrolio di buona qualità veniva praticamente su da solo, ma a questi prezzi solo le banche che finanziano la follia della mondializzazione forzata ci stanno guadagnando, fino a schiantarsi al suolo come Lehman, poi Dexia, domani Unicredit...

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